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Il (non) senso dell’UAAR per il politicamente corretto

Qualche giorno fa è stato pubblicato sul blog dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, la più conosciuta associazione atea in Italia) un post intitolato Vocabolario sintetico del politicamente corretto. L’autore è Raffaele Carcano, ex Segretario dell’associazione (dal 2007 al 2016) e Direttore editoriale di Nessun Dogma, la rivista dell’UAAR, sul cui numero 1/2021 il testo è stato pubblicato. Si tratta di una critica al cosiddetto “politicamente corretto”, o a (quelli che sono considerati dall’autore) i suoi eccessi.

“Il senso di questa breve compilazione”, si legge infatti nell’introduzione,

[…] è proprio quello di sottolinearne gli eccessi, e i pericoli insiti in tali eccessi. Che talvolta sfociano in una vera e propria neolingua, impregnata di espressioni inglesi – inevitabile, essendo un fenomeno che ha riscosso il massimo consenso nei paesi anglosassoni. In Italia è relativamente nuovo: ma si sa, noi arriviamo sempre dopo. E non sempre è un male.

Per fare questo, sono elencati una serie di termini, che rappresentano altrettanti concetti legati al “politicamente corretto”, per mostrarne la fallacia e/o la pericolosità quando portati all’eccesso. Questo, almeno, è l’intento dell’autore. In realtà, il risultato è piuttosto banale e tutt’altro che convincente. Non solo non c’entra nulla con l’ateismo, ma ha anche ben poco di razionalista. È piuttosto l’espressione di un determinato orientamento politico, che quando va bene potrebbe essere identificato con il liberalismo (nel senso anglosassone di liberal), e quando va male si avvicina pericolosamente all’alt-right.

Qui di seguito, esporrò qualche considerazione su alcuni dei punti che ritengo problematici dell’articolo.

Cancel culture

Carcano definisce cancel culture come “[l]a richiesta, sostenuta da un gruppo di pressione, di boicottare, cacciare o condannare pubblicamente una persona famosa”. Il fatto è che la cosiddetta cancel culture non esiste, almeno non nei termini in cui viene usata dalla destra e dal centro-destra liberal (e dal post di Carcano). Cancel culture è una buzzword che il mondo liberal e conservatore ha adottato per non dover subire le conseguenze delle proprie affermazioni. Secondo costoro, esprimere opinioni razziste, transfobiche, bigotte ecc. è “libertà di espressione”, ma quando si tratta di prendersi le proprie responsabilità per tali affermazioni allora si grida alla cancel culture. Ovviamente nessuna di queste persone è mai stata “cancellata”, si tratta quasi sempre di personalità con milioni di follower sui social, e qualunque cosa dicano trova ampio spazio sulla stampa internazionale. Basti pensare a J.K. Rowling, giustamente criticata per le sue affermazioni transfobiche, con 14 milioni di followers su Twitter e un articolo che parla di lei sulla stampa un giorno sì e l’altro no. Curiosamente, questa galassia di privilegiati (ricchi, spesso maschi bianchi eterosessuali) non ha nulla da dire quando a essere cancellate sono persone che non fanno parte del “club”: membri di minoranze etniche, culturali o religiose, attivisti per i diritti di suddette minoranze, attivisti politici di sinistra e anarchici, sostenitori della causa palestinese, ecc.. Nell’articolo si cita la famosa lettera pubblicata da Harper’s Magazine, ma tale lettera è piena di inesattezze e mezze verità, come documentato dettagliatamente in una lettera pubblicata in risposta. Da una rivista e un’associazione di razionalisti mi aspetterei un po’ più di senso critico in proposito.

Identity politics

L’articolo cita le “meritorie” rivendicazioni di donne e gay, per passare alle (sottinteso: un po’ meno meritorie) rivendicazioni delle minoranze etniche, poi a quelle (ancora meno meritorie) delle minoranze religiose, infine a quelle della maggioranza che dice di essere discriminata, come se queste ultime fossero la logica conseguenza dell’aver intrapreso il “pendio scivoloso” di sostenere altre categorie oppresse nelle loro rivendicazioni, per cui se si sostengono le une bisogna poi logicamente sostenere anche le altre. Ovviamente si tratta di un argomento fallace, perché mette nello stesso calderone cose completamente diverse, da una parte le rivendicazioni di categorie minoritarie e/o oppresse, dall’altra la tattica di fare la vittima usata da categorie maggioritarie/oppressori quando temono di perdere il proprio privilegio. Questa posizione è tipica dell’area politica liberal, per cui le lotte del passato erano giuste e condivisibili, mentre oggi “ci si sta spingendo troppo in là”. Così la lotta contro la schiavitù andava benissimo, ma il movimento Black Lives Matter (BLM) è “troppo radicale”; la lotta per il voto femminile e per l’aborto era giusta e condivisibile, ma il femminismo contemporaneo e il movimento #MeToo sono un’esagerazione; il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali va bene, però “oggi non si può nemmeno dire che esistono maschi e femmine altrimenti si viene cancellati”. La narrazione liberal consiste nel presentare se stessi come portatori del punto di vista razionale e ragionevole. Progressisti, ma contrari agli “eccessi” della “sinistra radicale”. La realtà è che le istanze progressiste considerate ragionevoli erano estremamente radicali in passato, e gli stessi liberali che oggi criticano gli eccessi del movimento BLM, 50 anni fa avrebbero fatto lo stesso con le rivolte di Stonewall, che oggi celebrano. Il punto, alla fin fine, è che le lotte del passato sono ormai state assimilate da una buona parte dell’opinione pubblica, mentre sostenere le lotte attuali vuol dire mettere in discussione il proprio privilegio e lo status quo.

Intellectual Dark Web

Secondo Carcano, il cosiddetto Intellectual Dark Web sarebbe un gruppo di

intellettuali accomunati soltanto dall’avere opinioni considerate poco p.c. [politicamente corrette] dalla stampa e dalle televisioni, ma che hanno un seguito notevole su internet. Molti di essi sono apprezzati esponenti del mondo laico-razionalista, in particolare Sam Harris, Steven Pinker e Ayaan Hirsi Ali.

Ci sarebbe molto da dire sugli “apprezzati esponenti del mondo laico-razionalista” citati. Rimando a due ottimi articoli pubblicati su Current Affairs a proposito di Sam Harris e Steven Pinker, a titolo di esempio. C’è anche molto da dire sul fatto che diversi esponenti dell’Intellectual Dark Web (espressione popolarizzata da Bari Weiss, per inciso, un’altra che grida alla cancel culture nonostante sia la prima a voler cancellare chi critica Israele) sono personalità di destra fortemente reazionarie (Jordan Peterson, Dave Rubin, Ben Shapiro, tanto per fare qualche nome). Di tutto questo non c’è traccia nell’articolo, da cui sembra si tratti invece di un gruppo di intellettuali illuminati ingiustamente perseguitati dai bigotti del politicamente corretto per le loro idee (tra l’altro, molte delle idee che questi individui esprimono sono decisamente contrarie a quanto l’UAAR predica).

Islamofobia

L’articolo sostiene che “sovente [l’islamofobia] è […] un’accusa lanciata contro qualunque critica nei confronti dell’islam, spesso aggravata dall’accusa di «razzismo» – anche se l’islam non è una razza”. Non metto in dubbio che il termine sia in alcuni casi utilizzato a sproposito, ma questo non rende meno reali le discriminazioni che i musulmani subiscono in occidente per il fatto di essere musulmani. L’argomento secondo cui in questi casi non si può parlare di razzismo, perché l’Islam non è una razza, è molto diffuso tra i cosiddetti razionalisti, ma è chiaramente specioso, sia perché “razzismo” può essere inteso in senso lato, sia perché anche se l’Islam non è una razza, l’appartenenza alla religione musulmana è comunemente associata a determinate etnie: se vi chiedessi di immaginare una persona musulmana, difficilmente vi immaginereste una persona bionda con gli occhi azzurri, per quanto ovviamente esistano musulmani con tali caratteristiche.

Microaggressione

L’articolo la definisce come “la percezione che un’offesa verbale provochi un dolore fisico”. Mai vista una banalizzazione più grossa di questa. Bastava aprire la relativa pagina su Wikipedia in inglese per scrivere qualcosa di più sensato: “Microaggression is a term used for brief and commonplace daily verbal, behavioral or environmental indignities, whether intentional or unintentional, that communicate hostile, derogatory, or negative attitudes toward stigmatized or culturally marginalized groups”. Trovo particolarmente divertente questo esempio, in cui si ride dei credenti che “possono vivere la blasfemia come una ferita reale”, quando giusto qualche giorno fa sul gruppo Facebook I LAIC UAAR (gruppo gestito dall’associazione dedicato a soci e simpatizzanti) un post in cui veniva riportato che sulla tomba di una donna atea era stata posta una croce ha suscitato tanta indignazione. L’UAAR stessa ha pubblicato un post in proposito sul proprio blog, condannando il fatto. Eppure, questo potrebbe essere un ottimo esempio di microaggressione da parte della cultura dominante (cattolica) nei confronti di una minoranza (gli atei). Dopotutto, nessuno ha subito un danno fisico, e l’uso del simbolo della croce per indicare o decorare una tomba è comune nella nostra cultura, che volenti o nolenti ha subito per secoli l’influenza del cristianesimo. Quindi, citando l’articolo di Carcano, la miglior risposta avrebbe dovuto essere “[i]mparare a non offendersi, e a diventare impermeabili alla tentazione di vendicarsi, […] una prospettiva migliore per la specie umana, rispetto a miliardi di esseri umani ipersensibili”. Intendiamoci, io condivido del tutto quell’indignazione, perché si è chiaramente trattato di una mancanza di rispetto della volontà della defunta e dei suoi cari, ma forse allora sarebbe il caso di fermarsi un attimo prima di liquidare sprezzantemente le altrui esperienze di discriminazione da parte della cultura dominante, accusando altre minoranze di essere “ipersensibili”. Altrimenti si rischia di risultare leggermente ipocriti.

Woke

Nell’articolo di Carcano si legge:

Inizialmente si definiva così (“risvegliata”) una persona fieramente consapevole del suo impegno nel contrasto al razzismo, e non solo (diritti delle minoranze, parità di genere, giustizia sociale, eccetera). Oggi viene definito woke chi combatte tali battaglie in modo furioso e spesso intollerante […]

Qui valgono le stesse considerazioni fatte per la identity politics: va bene il contrasto al razzismo, alle discriminazioni di genere, alle ingiustizie sociali, però non esageriamo. L’impostazione liberal è qui ancora più evidente, dato che poco oltre il paragrafo che ho riportato viene citato Barack Obama. Il punto è sempre lo stesso: criticare “gli eccessi” di chi lotta per i propri diritti, così da apparire “ragionevoli” e “moderati”, e in questo modo difendere lo status quo (e il proprio privilegio).

5 pensieri riguardo “Il (non) senso dell’UAAR per il politicamente corretto

  1. Ottimo post caro fuxino! Dovresti riprendere a scrivere più spesso su questo sito! Comunque citando la tua frase qui sopra che dice “Trovo particolarmente divertente questo esempio, in cui si ride dei credenti che possono vivere la blasfemia come una ferita reale….” tu pensi che noi atei dovremmo forse condannare chi bestemmia? Non sei favorevole alla campagna UAAR end blasphemy laws in favore del diritto di blasfemia? Inoltre per quel che riguarda il politicamente corretto che tu, a mio parere giustamente, difendi, pensi che anche i diritti delle persone che svolgono le varie forme di lavoro sessuale rientrino nel concetto di politicamente corretto nel senso positivo della parola assieme ai diritti delle minoranze religiose, razziali e LGBT?

    Piace a 1 persona

    1. Ho poco tempo, ma soprattutto poca voglia di scrivere 😀 Ma ogni tanto torno.
      Sono contrario alle leggi che puniscono la blasfemia, quanto alla bestemmia è più una questione di educazione, non ci vedo nulla di male a bestemmiare, ma se si è in compagnia di persone a cui dà fastidio è cortesia evitare (a meno che, ovviamente, infastidire tali persone sia proprio l’obiettivo della bestemmia :D).

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  2. In generale, più sento persone utilizzare l’espressione “politicamente corretto”, e più mi convinco che stia diventando sempre più sinonimo di “modo di parlare proprio di chi lotta per una società più giusta ed equa”. E questo e un altro post che hai scritto mi suggeriscono anche che l’UAAR e in generale la comunità atea militante non sia necessariamente garanzia di posizioni progressiste.

    Sono andata personalmente a vedere il vocabolario che hai linkato, e a parte ciò che hai messo in evidenza, che condivido in pieno, mi pare che non abbiano chiara neanche l’idea di “intersezionalità” (“sottolineare la necessità di condurre lotte assieme ad altri gruppi che condividono lo stesso avversario” e “una persona non è mai discriminata per l’appartenenza a un’unica categoria sociale” non sono definizioni accurate), e anche il “trigger warning” non è che sia stato ben compreso (è un po’ riduttivo definire i “contenuti che potrebbero trovare perturbanti” come “opinioni diverse”).

    Io vorrei davvero che le persone che dicono di essere anti-dogmatiche pongano innanzitutto a se stesse le domande che chiedono ai bigotti di farsi. E tra i nuovi atei invece lo vedo sempre meno: i bigotti sono sempre gli altri, sono sempre gli altri che non capiscono un cazzo, mentre essere ateo a quanto pare ti rende immune all’irrazionalità, ai bias e ai pregiudizi culturali.

    Ma ciò che io trovo vergognoso non è tanto il leggere posizioni non progressiste, quanto il fatto che queste posizioni siano state riassunte in un “Vocabolario sintetico del politicamente corretto”, che quindi pretende, con l’espressione “vocabolario sintetico”, di essere oggettivo. Bene, ora io me lo chiedo: qual è la fonte sulla definizione di “intersezionalità” o “microaggressione”, a parte la personale opinione dello scrivente — che vale uno? Sono termini che si usano anche nella letteratura sul tema, richiedono una definizione neutra e precisa, non si possono usare a cazzo e non hanno una definizione che “ti sembra sia quella giusta”.

    Ma figurarsi, vero? Come al solito, solo i temi che interessano a noi sono più complessi di quello che sembrano, quelli degli altri evidentemente sono semplicissimi e basta aver letto quattro robe provenienti dalla propria bolla di riferimento per saperne abbastanza.

    Sempre di più mi convinco che l’UAAR va bene per l’ateismo, ma se ci interessano il femminismo, i diritti della comunità LGBTQ+, i diritti della comunità nera, e in generale i diritti delle persone che non siano solo atee, non necessariamente nell’UAAR si trova supporto.

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